Numeri, immagini, parole
dell'attualità politica

L’irrilevanza della Brexit

l'autore

Shimon Cohen è presidente di Roath PR Consultants, una società con sede a Londra che fornisce consulenza in materia di pubbliche relazioni a clienti che vanno dai governi nazionali a leader mondiali, multinazionali e CEO di tutti i settori aziendali, ONG, organizzazioni pubbliche e di volontariato e organizzazioni sportive.

condividi su:

La Brexit ormai è acqua passata. È chiaro, e però l’anno scorso un sondaggio di YouGov ha mostrato che solo circa il 30% dei britannici ritiene oggi che lasciare l’Unione Europea sia stata la scelta giusta, e commentatori di Politico e dell’Economist continuano a invocare una “resa dei conti” sulla Brexit. Anche Sir Keir Starmer è tornato sull’argomento, usando la Brexit come leva politica contro Nigel Farage.

Ma, appunto, è una storia vecchia. Non è il tema su cui dovremmo continuare a rimuginare e men che meno fare bilanci. C’è una questione molto più ampia e urgente, ed è quella con cui, credo, Starmer — e la Gran Bretagna nel suo complesso — dovrebbero davvero confrontarsi.

La vera questione, dicevo, non è l’appartenenza istituzionale all’Unione Europea, con l’imponente apparato burocratico a Bruxelles, ma una domanda molto più profonda: quale direzione sta prendendo la nostra civiltà? Che tipo di Occidente pensiamo di essere, e quale Occidente vogliamo diventare, quando veniamo messi alla prova dalle pressioni di Russia e Cina e da ideologie religiose che esaltano la violenza, l’omicidio e la morte, minacciando tutto ciò che il continente rappresenta?

Ragioniamo. Due crisi, probabilmente, hanno spinto molti elettori britannici a votare “Leave” quasi dieci anni fa. La prima è stata la crisi del debito dell’Eurozona, con le politiche di austerità imposte agli Stati membri. La seconda è stata la crisi migratoria. Ed è proprio quest’ultima a restare particolarmente attuale ancora oggi.

Non ho dubbi: gli europei, noi tutti, vogliamo che l’Occidente resti l’Occidente. Vogliono che vicini, colleghi, compagni di scuola e concittadini — qualunque sia la loro religione, origine o luogo di nascita — vivano fianco a fianco in sicurezza, contribuiscano alla società, sappiano discutere civilmente e condividano valori comuni a sufficienza da evitare che la vita quotidiana debba essere una negoziazione continua. Gli europei sono sempre stati istintivamente generosi verso chi fugge da vere persecuzioni, perché l’asilo, se inteso correttamente, è il segno di un Paese sicuro di sé, non di un Paese debole. Ma la generosità – non credo sia peccato affermarlo – ha dei limiti: accogliere qualcuno in casa propria non significa lasciargli cambiare la carta da parati.

L’integrazione è il vero patto sociale. Significa aspettarsi che chi si stabilisce in una democrazia liberale rispetti le sue regole e difenda i principi che la rendono vivibile: l’uguaglianza davanti alla legge, la libertà di religione e la libertà dalla coercizione; e l’idea fondamentale che la politica si discute e si confronta con le parole, non si impone con la paura.

Gli immigrati ebrei arrivati in Gran Bretagna nel secolo scorso, in fuga dalle persecuzioni nel continente europeo — tra cui i miei nonni — lo capivano bene. Lavorarono duramente, fondarono imprese, entrarono nelle professioni, parteciparono alla vita pubblica, si adattarono alla cultura britannica dove necessario e senza rinunciare alla loro fede, e diventarono britannici nell’unico modo possibile: con discrezione, gratitudine e senza fare clamore. Quegli immigrati nutrivano un profondo senso di riconoscenza, responsabilità e orgoglio verso il loro paese d’adozione, e il loro contributo alla vita del Paese è ancora oggi evidente.

Questo ci riporta alla Gran Bretagna e all’Europa. La cooperazione contro Stati ostili, il finanziamento del terrorismo, le reti di propaganda, le minacce informatiche e la criminalità organizzata — cioè contro chi rifiuta l’integrazione nella sua forma più estrema e violenta — non ha nulla a che vedere con la Brexit. L’Europa, Gran Bretagna compresa, si trova quindi di fronte a una scelta che va ben oltre referendum e istituzioni. Deve agire come il blocco di civiltà che dice di essere: chiaro sui propri valori e senza timore di difenderli. Al di là della Brexit, questo è ciò che l’opinione pubblica chiede davvero: non l’integrazione come slogan, ma la coesione come realtà concreta; non un’apertura astratta, ma la sicurezza come condizione fondamentale della vita democratica.

In tutto l’Occidente, il terrorismo è sempre più spesso opera di individui isolati piuttosto che di reti organizzate, il che rende la prevenzione più difficile. Alcuni attentatori sono cittadini nati e cresciuti nei paesi che colpiscono, che arrivano a uccidere i propri vicini, come nel caso dell’attacco alla sinagoga di Heaton Park a Manchester durante lo Yom Kippur. Altri sono arrivati più di recente. In tutti questi casi, però, si tratta di persone che rifiutano l’Occidente e cercano di colpirlo.

Come britannico — e come gallese orgoglioso delle proprie radici — potrei anche continuare a interrogarmi sulla decisione della Brexit. Ma, messa da parte, per un momento, quella questione – perché sì, In fondo è storia passata – la domanda davvero importante è se l’Europa e il Regno Unito sceglieranno di restare saldi nei valori che tengono unite le società aperte, promuovendo un’integrazione reale e una cittadinanza orgogliosa dei valori occidentali, oppure se lasceranno passivamente questo compito in sospeso, permettendo ad attori sinistri di occupare lo spazio lasciato libero nel nostro continente un tempo liberale.

Testo originale:

The Irrelevance of Brexit

Brexit is old news. Yes, last year a YouGov poll showed that only around 30 per cent of Britons now believe leaving the EU was the right decision, and commentators from Politico and The Economist continue to demand a “Brexit reckoning.” Sir Keir Starmer has reached for it again, using Brexit as political mud to sling at Nigel Farage.

But, as I say, it is old news. It is not the subject we should still be regretting or reckoning with. There is a far wider and more pressing question, and it is one that Starmer, and Britain, should be getting their hands dirty with instead.

The real issue is not institutional membership of the EU, with its Brussels-based behemoth of a bureaucracy, but a deeper question of civilisational direction. What kind of West do we think we are, and what kind of West do we want to be, when tested by pressure from Russia, from China, and from religious ideologies that glorify violence, murder and death, threatening our civilisation, all that the continent stands for?

Two crises, arguably, pushed many UK voters towards “Leave” almost a decade ago. The first was the Eurozone debt crisis, and the tying of member states into austerity measures. The second was the migrant crisis. It is this latter crisis that remains acutely relevant today.

People want the West to remain the West. They want neighbours, colleagues, classmates and fellow citizens, whatever their religion, background or birthplace, living safely side by side, contributing, disagreeing civilly, and sharing enough common ground that daily life is not a permanent negotiation. Europeans have in the man, always been instinctively generous to those fleeing genuine persecution, because asylum, properly understood, is a mark of a confident country rather than a weak one. But generosity has a condition, and it is not spiteful to say so: welcoming someone into your home does not extend to allowing them to change the wallpaper.

Integration is the social contract. It is the expectation that those who settle in a liberal democracy will live by its rules and defend the principles that make it liveable: equality before the law, freedom of religion and freedom from coercion, and the basic idea that politics is argued rather than enforced by fear.

Jewish immigrants who came to Britain last century fleeing the persecutions on the European mainland, including my grandparents, understood this. They worked, built businesses, joined professions, served in public life, anglicised where necessary without surrendering faith, and became British in the only acceptable way: quietly, gratefully, and without making a fuss. These immigrants harboured a deep sense of gratitude, responsibility and pride in their adopted country, and their contribution to national life remains visible.

Which brings us back to Britain and Europe. Cooperation against hostile states, terror financing, propaganda networks, cyber threats and organised criminality, those that reject integration in its most extreme and violent form, is not about Brexit at all. Europe, including Britain, therefore faces a choice that lies beyond referendums and institutions. It must act as the civilisational bloc it claims to be, clear about its values and unembarrassed about defending them. Beyond Brexit, that is what the public is looking for: not integration as a slogan, but cohesion as lived reality; not abstract openness, but safety as a basic condition of democratic life.

Across the West, terrorism is increasingly carried out by lone individuals rather than organised networks, making prevention harder. Some attackers are citizens born and bred in the countries they strike, murdering their own neighbours, as in the Heaton Park synagogue attack in Manchester on Yom Kippur. Others are recent arrivals. All these cases, however, were of people defying the West and seeking to harm it.

As a Brit, a proud Welshman, I may always remain with a reckoning over our Brexit decision. But please, leave that question to one side. It is, in truth, old news. What is far more relevant is whether Europe and the UK now choose to remain steadfast about the values that hold open societies together, asserting integration and a citizenship proud of Western values, or whether they passively leave that responsibility unattended, with sinister actors free fill the space of our once liberal continent.

Ultime pubblicazioni

Vuoi ricevere la Rivista di Consenso?
Basta un indirizzo email

Cerchi
consenso?